1 – La prova del Pendolo
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A transitarci oggi, con qualsiasi mezzo, l’immagine che arriva è quella del vialone anni 70, con alberatura minimalista, assenza di elementi di riconoscimento e di decoro, se non una grande scritta di arredo, oggi in modo ricorrente nascosta da ramaglie e erbacce, che rammenta ai distratti passanti in quale città si trovano.
Quale contributo può dare, una strada così concepita, ad un tessuto sociale di cui, negli intenti, doveva costituire trama di riconnessione e quindi di rinascita? Nel giorno dell’inaugurazione, davanti al palco piazzato in mezzo alle 4 corsie, a ridosso di una delle rotatorie, sull’asfalto nero di fresco si passeggiava, si andava in bici, si giocava, ma giusto il tempo di qualche discorso e del taglio del nastro. Poi, via tutti: largo alle auto! Ma si è proprio convinti che questa strada, così come pensata e realizzata possa realmente essere motivo di riscatto per questa parte di città?
Prima parte
Era più o meno la fine dello scorso decennio: “Non appena termina, sarà la strada più bella della città“. Così diceva del Pendolo, ai tempi della sua costruzione, un responsabile di cantiere mentre ne indicava sulla carta il tracciato e la presunta, per l’epoca, innovativa pista ciclabile di corredo.
A transitarci oggi, con qualsiasi mezzo, l’immagine che arriva è quella del vialone anni 70, con alberatura minimalista, assenza di elementi di riconoscimento e di decoro, se non una grande scritta di arredo, oggi in modo ricorrente nascosta da ramaglie e erbacce, che rammenta ai distratti passanti in quale città si trovano.Alla fine il Pendolo è diventato un anonimo asse trasportistico di periferia largo 15 metri dove, compreso tra due sponde abitate, scorre un magro fiume automobilistico: una strada che taglia invece che cucire, divide invece che unire.
Della vegetazione di riempimento prevista dallo scarno disegno di progetto è rimasto solo l’accenno, un residuo di arbusti e alberi; spicca con ricorrenza invece, per nulla preventivato, visti gli obiettivi di riscatto dell’opera, un continuo drappeggio di rifiuti ingombranti di assedio ai cassonetti. A volte si ha la sensazione di trovarsi nel mezzo di un mercato immobiliare dell’avanzo, alimentato da continui e ricorrenti traslochi: materassi malconci, cucine dismesse, mobilio scadente e vecchie specchiere riflettono disagio e precarietà.
Si, è vero: la strada è maestra di vita. Ma se poi è riservata solo alle automobili, allora diventa cattiva maestra, specie quando trasforma se stessa e il suo intorno in degrado e abbandono.
Così è accaduto da subito per la pista ciclabile, nata sofferente per la non felice localizzazione residuale, su un solo lato, senza connessioni agli attraversamenti e precaria nella pavimentazione, inospitale per le bici e quindi in breve tempo declassata a parcheggio automobilistico.
Quale contributo può dare, una strada così concepita, ad un tessuto sociale di cui, negli intenti, doveva costituire trama di riconnessione e quindi di rinascita? Nel giorno dell’inaugurazione, davanti al palco piazzato in mezzo alle 4 corsie, a ridosso di una delle rotatorie, sull’asfalto nero di fresco si passeggiava, si andava in bici, si giocava, ma giusto il tempo di qualche discorso e del taglio del nastro. Poi, via tutti: largo alle auto! Ma si è proprio convinti che questa strada, così come pensata e realizzata possa realmente essere motivo di riscatto per questa parte di città?
