Contro la guerra? Andare di più a piedi e in bici

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Cosa posso fare io, nel mio piccolo, per aiutare un popolo costretto a fuggire dalla guerra? Così lontano da quei territori, da quella gente, così lontano dalla loro cultura, dalle loro tradizioni? Una domanda che accomuna molte persone, suppongo. Ma le risposte? A oltre 1500 km di distanza in linea d’aria difficile darne di concrete, se non in termini di segni di vicinanza, contribuendo alla raccolta di beni, come alimentari, abbigliamento e medicine, da inviare verso i luoghi del conflitto, oppure di fondi, con un più distaccato sms. Lo farò anch’io, seguendo intanto la lista suggeritami presso un centro di raccolta.
E’ sufficiente? Sicuramente utile. Ma credo non basti, e non basterà, a risolvere situazioni così critiche e drammatiche che non avranno la durata di un battito di ciglia , anzi, ma proprio per questo rischiano di allungarsi pericolosamente al tempo di uno sbadiglio e poi di uno sguardo di noia.
Cosa c’è dietro questa immane tragedia? Non mi sento assolutamente in grado di fare una analisi esaustiva delle ragioni del conflitto, ma riesco, come tante e tanti, a individuare alcuni pezzi del puzzle, a questo punto mondiale, di un quadro di riferimento, territoriale ma anche storico. Fra questi l’energia, la sua domanda e la sua offerta.
L’abbiamo imparato tutti ormai che una buona fetta del gas che, direttamente o indirettamente, usiamo tutti i santi giorni viene da lì (lontanamente insostituibile, che lo si voglia dire no, da quello estraibile in Italia). E che questo combustibile fossile, insieme a quelli che l’hanno preceduto e lo accompagnano ora, carbone e petrolio, sono causa dell’effetto serra.
Qui sta l’altro pezzo di guerra che bisogna contrastare: un conflitto che però è effimero, che non si riesce a sostanziarsi in un nemico, semplicemente perché siamo noi. Come combatterci, allora?
Io ci provo, da tanto tempo, e ora sempre più consapevolmente e convintamente con lo strumento della mobilità sostenibile, e soprattutto attiva. Vado al lavoro in bici e a piedi. Banale, direte, ma facendo due somme viene fuori che, abitando a 3 km dal mio ufficio e lavorando almeno per un periodo di 260 giornate all’anno, percorro poco oltre 3.120 km, che se fatti con la mia auto a metano farebbero 180 kg di metano (circa 300 litri di benzina). Per ogni trasferimento dei 4 giornalieri impiego 10 minuti in bici e 25 a piedi, intercettando ben poche piste ciclabili oppure marciapiedi di scarsa qualità.
La mia auto resta ferma, non quelle invece, tante, che intercetto lungo il mio percorso, tutte con a bordo solo chi guida, sicuramente con una motivazione ma che deve fare i conti con la statistica che stima che il 60% degli spostamenti urbani non supera i 5 km!
Facendo perno su questa distanza (io tiro un po’ su la media con 12), se nella mia città, Pescara, il 10% delle auto diventassero almeno bici, se non pedoni, considerato il tasso di motorizzazione del 64%, avremmo quasi 7.000 bici in più in giro (e altrettanto auto in meno), per un consumo ridotto annuo di quasi 1 milione di litri di benzina (in Italia sarebbero oltre mezzo miliardo di litri!).
Non mi pare poco come personale sostegno alle risorse energetiche rinnovabili, tra cui annovero anche il mancato consumo. Se poi aggiungiamo qualche grado in meno in casa, e un maglione in più, la lontananza a chi fugge dalla guerra mi sembra minore.
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