Stazione: bike parking cercasi
PESCARA – Non è la prima volta che mi capita di andare in stazione con la bici, la mia, per prendere un treno o un autobus, e di lasciarla diciamo “custodita” in una improbabile zona sosta dedicata al parcheggio delle due ruote.
All’archetto ad U, al cui interno inserisco in modo solidale la ruota anteriore, un tubo del telaio e un montante della rastrelliera o di un parapedonale, affido l’incarico di vigilare, di opporsi a indebiti e non autorizzati prelievi, e di renderla quindi disponibile al mio rientro, che non sempre si verifica nella stessa giornata, ma anche due o più giorni dopo.
Per questi aspetti funzionali, lo scenario attorno alla stazione è rimasto negli anni sostanzialmente immutato: molte biciclette, pochi appigli, tanta improvvisazione. Si lega dove capita: ai pali della segnaletica, ai cestini, ai parapedonali, perfino ai montanti che delimitano l’accesso pedonale. Le rastrelliere esistenti, di vecchia e superata concezione, permettono un ancoraggio minimo, limitato alla ruota, e lo spazio dedicato appare ormai del tutto insufficiente rispetto all’uso reale.
Mentre in stazione le biciclette si moltiplicano e cercano un posto qualsiasi dove essere assicurate, altrove in città vengono realizzate strutture moderne, chiuse e presidiabili, pensate per la custodia e la sicurezza, pulite, ordinate, tecnicamente adeguate.
Hanno però un difetto, ovvero quello di non trovarsi in un’area di scambio, ma in luoghi dove la sosta giornaliera risponde meno all’esigenza di intermodalità e molto di più a logiche di semplice custodia, e, se vicine a una scuola, che sia capiente, se possibile interna e comunque assolutamente a costo zero.
La stazione centrale di Pescara e l’adiacente terminal dei bus extraurbani rappresentano uno dei principali nodi urbani per chi combina quotidianamente più mezzi di trasporto: treno e autobus extraurbani. Ed è proprio qui, nel raggio di poche decine di metri, che si concentra un numero di biciclette lasciate per alcune ore o per più giorni, con strategie di ancoraggio spesso di fortuna. Non c’è infatti un luogo dedicato e presidiabile in cui lasciare la propria bici con un ragionevole livello di sicurezza reale e percepita.
L’aspetto interessante, e per certi versi incoraggiante, è che gli utenti già utilizzano la bici come mezzo di primo e ultimo miglio, quotidianamente. Non è una domanda potenziale da stimolare: è una domanda reale a cui occorre semplicemente dare una risposta, una struttura riservata che, per logica e funzione, deve trovarsi in prossimità dei punti nevralgici della mobilità cittadina.
In questo senso, le ciclostazioni presidiate, come quella di via Alessandro Volta, rappresentano un modello utile e replicabile, da collocare però dove l’uso è naturale, frequente e spontaneo e dove oggi la necessità è sotto gli occhi di tutti.
Con una collocazione adeguata, strutture di questo tipo possono diventare veri strumenti di intermodalità, ridurre il disordine urbano, migliorare la percezione di sicurezza e incentivare ulteriormente la scelta della bicicletta, che già oggi, nonostante le difficoltà, molti cittadini praticano con convinzione.








