Prendersi cura della mobilità ciclistica, già dalla progettazione (by design)
PESCARA – L’autunno, per chi si sposta in bicicletta, è una stagione particolare. Arrivano le piogge, soffia il vento, le foglie cadono dagli alberi e si accumulano lungo le strade. Nulla di straordinario, naturalmente. Sono fenomeni stagionali del tutto prevedibili, con i quali una città dovrebbe saper convivere. Eppure, proprio in queste circostanze, emergono alcuni problemi che durante il resto dell’anno possono passare inosservati. Problemi che riguardano la qualità delle infrastrutture ciclabili, il modo in cui vengono progettate e realizzate, ma anche la cura e la manutenzione che ricevono nel tempo. In questi giorni mi sono imbattuto in due situazioni apparentemente diverse, che meritano di essere raccontate insieme.
Viale delle Scienze: quando la pioggia impedisce il passaggio
La prima riguarda Viale delle Scienze, la strada recentemente realizzata che costeggia l’Università d’Annunzio, alle spalle della sede di viale Pindaro. Dalla parte sud del viale, in corrispondenza dell’attraversamento pedonale e del collegamento con la pista ciclabile, dopo ogni pioggia si forma una pozzanghera di dimensioni considerevoli (non è un episodio occasionale: mi è capitato più volte di trovare quello stesso punto allagato, anche a distanza di tempo dalla fine delle precipitazioni).
Il problema è molto semplice: l’acqua si raccoglie proprio dove pedoni dovrebbero attraversare la strada o e chi si sposta in bici entrare o uscire dal percorso ciclabile. Chi transita in bicicletta deve attraversare la pozza, sollevando inevitabilmente schizzi con il rischio di bagnarsi, oppure cercare una traiettoria alternativa (che non c’è). Chi si muove a piedi incontra un ostacolo ancora più evidente: per evitare l’acqua deve aggirarla. Non occorre una particolare competenza tecnica per riconoscere che qui qualcosa non funziona. L’acqua sembra accumularsi in una depressione stradale senza trovare un adeguato deflusso. Per stabilire se il problema dipenda dalle pendenze, dall’assenza di un punto di raccolta o da altre caratteristiche costruttive sarebbe naturalmente necessaria una verifica tecnica. Ma l’effetto è evidente, oltre che insidioso.
Ed è proprio questo il punto: un’infrastruttura destinata alla mobilità pedonale e ciclistica dovrebbe essere progettata per funzionare anche quando piove. La pioggia non è un evento eccezionale. È una condizione ordinaria di esercizio di qualunque strada. Quando l’acqua si accumula sistematicamente su un attraversamento, significa che quella parte dell’infrastruttura non assolve correttamente alla propria funzione (fosse stata drenante, non sarebbe accaduto). In questo caso, quindi, non basta attendere che la pozzanghera si asciughi. Occorrerebbe individuare la causa del ristagno e intervenire per eliminarla definitivamente.
Viale Pindaro: una pista ciclabile sotto le foglie
La seconda situazione riguarda invece Viale Pindaro, dove, lato nord, corre una pista ciclabile monodirezionale affiancata da un lungo filare di platani. Chi conosce questa strada sa bene che, con l’arrivo dell’autunno, le foglie dei platani si depositano abbondantemente sul percorso. In alcune giornate arrivano a ricoprire quasi completamente la superficie della pista. Anche in questo caso siamo di fronte a un fenomeno del tutto prevedibile. I platani perdono le foglie ogni anno, più o meno nello stesso periodo. Eppure, capita spesso di percorrere la ciclabile su uno strato di foglie che nasconde il fondo stradale. Non è soltanto una questione di pulizia o di decoro urbano. Le foglie, soprattutto quando sono bagnate, possono ridurre l’aderenza delle ruote. Inoltre quando la pavimentazione non è visibile, non si riesce a distinguere un’eventuale buca, un avvallamento o un ostacolo nascosto sotto le foglie, come un ramo o altro.
Qualche giorno fa, passando proprio su Viale Pindaro, ho trovato la pista perfettamente pulita. Poco più avanti ho incontrato due operatori che, con scopa e paletta, raccoglievano le foglie e le sistemavano nei sacchi. Li ho fotografati perché la scena, purtroppo, non è così frequente. Il loro intervento era certamente utile e il risultato immediatamente apprezzabile. Ma proprio questa circostanza mi ha fatto riflettere. Quanto dura una pista ciclabile pulita, in autunno, sotto un filare di platani? Probabilmente poco, soprattutto nelle giornate ventose. E se gli interventi di pulizia sono troppo distanziati, il percorso torna rapidamente nelle condizioni precedenti.
Il problema, dunque, non riguarda il lavoro degli operatori, ma l’organizzazione del servizio e la frequenza degli interventi. Una pista ciclabile come quella di Viale Pindaro richiederebbe, durante la stagione autunnale, una pulizia programmata e ravvicinata, eventualmente anche attraverso l’impiego di mezzi meccanici di dimensioni adeguate, capaci di percorrerla celermemnte senza danneggiarne la pavimentazione o gli elementi di delimitazione. Non si tratta necessariamente di lavorare di più, ma di organizzare la manutenzione in funzione delle caratteristiche del luogo e delle esigenze di chi utilizza quotidianamente quell’infrastruttura.
Progettazione, manutenzione e cura: aspetti da tenere insieme
Le due situazioni raccontano problemi differenti.
- Nel primo caso, quello di Viale delle Scienze, sembra emergere una criticità legata alla progettazione o alla realizzazione dell’opera. Il ristagno dell’acqua richiede una verifica e un intervento correttivo, possibilmente risolutivo.
- Nel secondo caso, quello di Viale Pindaro, il problema è soprattutto gestionale. L’infrastruttura esiste ed è utilizzabile, ma necessita di una manutenzione più frequente, calibrata sulle condizioni stagionali.
È utile, a questo proposito, distinguere anche tra manutenzione e cura. La manutenzione comprende le attività necessarie a conservare nel tempo la funzionalità di un’opera: pulizia, riparazioni, ripristino della segnaletica, controllo delle pavimentazioni e dei sistemi di drenaggio. La cura, a mio avviso, è qualcosa di più. È l’attenzione continua al modo in cui quell’infrastruttura viene effettivamente utilizzata. Significa osservare i problemi, riconoscerli, prevenirli quando possibile e intervenire prima che diventino un disagio ricorrente.
Una città può realizzare chilometri di piste ciclabili, ma se queste diventano impraticabili dopo un acquazzone, oppure rimangono coperte di foglie per giorni, una parte del beneficio dell’investimento viene meno. Le infrastrutture ciclabili sono destinate a utenti che, insieme ai pedoni, appartengono alle categorie più vulnerabili della mobilità urbana. Per questo la qualità del percorso, la visibilità della pavimentazione, l’aderenza e la continuità degli attraversamenti assumono un’importanza particolare.
Le piste ciclabili sono strade, non semplici strisce colorate
C’è infine una considerazione più generale. Siamo abituati a valutare lo sviluppo della mobilità ciclistica contando i chilometri di nuove piste realizzate. È un indicatore importante, ma certamente non sufficiente. Una rete ciclabile non si misura soltanto per la sua estensione, ma anche per la qualità, la sicurezza, la continuità e l’affidabilità dei percorsi.
Una pista ciclabile deve poter essere utilizzata tutti i giorni, non soltanto quando il tempo è bello o quando è appena stata ripulita. Dovrebbe essere normale prevedere, già in fase progettuale, come si comporterà un attraversamento durante una pioggia intensa. Così come dovrebbe essere normale programmare la pulizia stagionale di una pista che attraversa un viale alberato.
Prendersi cura della mobilità ciclistica significa cominciare dalla progettazione, prevedendo le condizioni reali di utilizzo delle infrastrutture, e proseguire con una manutenzione attenta, programmata e continua. Perché la cura non è un intervento occasionale, ma un criterio di gestione dello spazio pubblico.





