Via Marconi a 100 all’ora
PESCARA – Non servono autovelox né strumenti sofisticati per capire quando un’auto procede a velocità incompatibile con una strada urbana. Quando un automobilista affonda con decisione il piede sull’acceleratore, il comportamento del veicolo è inequivocabile: aumento repentino del rumore, accelerazione violenta, asfalto consumato in pochi secondi. Segnali che raccontano una velocità ben oltre i limiti consentiti.
In via Marconi il limite è di 30 km/h. Eppure, più di una volta, sia per la percezione visiva del transito sia per il rumore dei motori ancora endotermici, ho avuto la netta sensazione di velocità molto, ma molto superiori. La strada è una vera e propria canna di fucile: la distanza tra le rotatorie non basta a contenere i veicoli potenti, che sotto la spinta di decine e decine di cavalli trovano qui un tratto favorevole all’accelerazione. Con le moto, poi, lo spazio sembra letteralmente risucchiato: in pochi secondi la velocità cresce in modo impressionante.
Via Marconi la percorro quasi tutti i giorni in bicicletta. In direzione nord–sud, blandamento protetto da una corsia ciclabile, alla mia destra si alternano quella del bus o la sosta delle auto, a seconda del tratto. In direzione opposta, cerco di rimanere sulla linea immaginaria che collega i pittogrammi della bici che si ripetono sull’asfalto, senza protezione fisica né continuità spaziale.
Nel primo caso percepisco spesso l’ingombro silenzioso, essendo il motore posteriore, del mezzo pesante che avanza alle spalle. Nel secondo caso, dove la ciclabile è solo simbolica, l’incubo è quello dello sportello che si apre all’improvviso, costringendomi a spostarmi verso il centro della carreggiata, proprio mentre le auto sfrecciano a velocità elevate.
In sostanza, attraversare via Marconi significa assumere un assetto costantemente difensivo. Non è una scelta, è una necessità. Ogni volta che la imbocco, la speranza è semplicemente quella di arrivare dall’altra parte.
In fondo, però, il problema non è il singolo automobilista che corre: è la natura stessa della strada. Via Marconi continua a funzionare come un asse di passaggio, quando avrebbe tutte le caratteristiche per essere invece una strada di permanenza. È una via commerciale, ma viene utilizzata come scorciatoia urbana, come tratto di attraversamento veloce. Due funzioni che entrano in conflitto.
Una strada commerciale dovrebbe invitare a rallentare, a fermarsi, a camminare. Non a premere l’acceleratore. In molte città europee questa contraddizione è stata affrontata alla radice, trasformando strade simili in spazi di passeggio, fino all’esclusione del traffico motorizzato ordinario. Non per ideologia, ma per coerenza: una strada che vive di commercio, relazioni e vita urbana non può essere anche una via di scorrimento.
È una scelta che mette in discussione abitudini consolidate, a partire dalla centralità del parcheggio sotto vetrina, retaggio di un’epoca in cui l’auto privata era considerata l’unico metro di accessibilità. Ma è anche una scelta che restituisce valore allo spazio pubblico, sicurezza agli utenti più fragili e qualità urbana all’intero asse viario.
Via Marconi potrebbe essere molto di più di ciò che è oggi. Ma per farlo deve smettere di essere una strada di passaggio, a prescindere dalla velocità, e diventare, finalmente, una strada di passeggio, da vivere.

