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Via Pantini ciclabile

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PESCARA – Stradina stretta, quasi un viottolo di campagna, con il verde che la accompagna sui due lati e una sensazione ormai lontana da quella di una strada urbana. È quello che rimane della vecchia via Pantini, dopo la realizzazione del nuovo tracciato del cosiddetto Pendolo, all’interno della Riserva naturale regionale Pineta dannunziana, a sud della città. Sono circa 600 metri, dall’innesto con la strada della Bonifica fino alla nuova rotatoria sulla Statale Adriatica.

Non so oggi quale sia la sua esatta classificazione toponomastica. È ancora via Pantini? È stata declassata? Ha assunto un’altra destinazione? Di certo, se non ci ha ancora pensato qualche atto amministrativo, ci stanno pensando il tempo e la natura a cambiarne il carattere. La vicina area protetta lentamente sembra riprendersela: la vegetazione cresce, gli alberi creano ombra, una sottile barriera verde attenua la presenza della nuova strada che corre accanto.

Poi arriviamo noi sapiens, come direbbe il geologo televisivo, e lasciamo il nostro segno della nostra resenza. Perché quando un luogo appare senza funzione, diventa facilmente un luogo senza attenzione. Prima sono apparsi i materassi, adesso qualche ingombrante, sacchi e altro materiale vario: un classico

E invece questa piccola strada avrebbe tutte le caratteristiche per una seconda vita. Qualche giorno fa, ragionando sul paradosso della mobilità sostenibile in questo tratto della città, la indicavo come possibile strada F-bis, cioè una strada urbana ciclabile prevista dal Codice della Strada, dove la bicicletta assume un ruolo prevalente e la circolazione viene organizzata secondo una logica diversa rispetto alla normale viabilità automobilistica.

Il paradosso nasce proprio qui: la nuova via Pantini attraversa la Riserva naturale ed è destinata al traffico motorizzato, ma non offre uno spazio riservato alla mobilità ciclistica. A pochi metri di distanza, fuori dal perimetro dell’area protetta, esiste invece già una sede separata, tranquilla, ombreggiata, praticamente pronta per diventare un percorso lento.

Le due strade sono divise da ciò che resta di un piccolo lembo di bosco: pini, querce e vegetazione spontanea che un tempo appartenevano, almeno dal punto di vista ecologico e fitosociologico, allo stesso sistema naturale della Pineta. In alcuni tratti questa fascia è larga una decina di metri, in altri si riduce a una semplice parete verde di ligustro, sambuco e biancospino. Ma è sufficiente per cambiare completamente la percezione dello spazio: da una parte il traffico, dall’altra un piccolo corridoio verde.

Prima che il degrado avanzi ulteriormente, questa vecchia strada andrebbe recuperata nell’uso e sottratta all’incuria. Non necessariamente con grandi interventi: prima ancora delle opere servirebbe riconoscerle una funzione.

Una stradina ciclabile nel bosco, per quanto breve, sarebbe un piccolo ma significativo cambio di prospettiva. Anche perché oggi accade qualcosa di abbastanza singolare: le automobili attraversano la Riserva naturale, mentre le biciclette potrebbero trovare spazio solo fuori.

Forse è il momento di correggere almeno una parte di questo paradosso.

Giancarlo Odoardi – Esperto promotore mobilità ciclistoca

 

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