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PESCARA – La pista ciclabile lungo la sponda sud del fiume è ancora indicata dal Biciplan comunale come una greenway di collegamento con l’interno. Ma, superato il tratto urbano, il percorso cambia volto: rifiuti, vegetazione invadente, staccionate scomparse, fondo dissestato e perfino un ponticello ormai impraticabile.

Non so se, tra le numerose offerte, locali e non, di escursioni cicloturistiche in giro per l’Abruzzo, ci sia questo itinerario, almeno quello più prossimo alla costa. Se fossi una guida, oggi non ci porterei nessuno. Non perché il tracciato sia privo di interesse, tutt’altro: proprio qui si potrebbe scoprire una parte inattesa della città, lontana dal traffico e immersa in un ambiente fluviale ancora ricco di vegetazione. Ma le condizioni in cui versa una parte consistente del percorso lo rendono difficile da consigliare.

Si parte dalla Madonnina e si procede verso l’interno. Superato il tratto urbano e lasciato alle spalle il ponte Flaiano, comincia quella che il Biciplan comunale definisce ancora oggi la “Green Way Sud”: 4,54 chilometri che collegano il ponte alla zona della Fater e che dovrebbero costituire «un asse di collegamento della città con l’interno». Sommando il tratto iniziale dalla foce, il percorso lungo la sponda meridionale arriva complessivamente a circa sei chilometri. Almeno sulla carta, una piccola infrastruttura cicloturistica già pronta.

La realtà, soprattutto nel primo chilometro e mezzo dopo il ponte Flaiano, è molto diversa. La vegetazione cresce rigogliosa e in più punti invade il tracciato. In un ambiente fluviale è del tutto naturale che accada: ciò che manca è la manutenzione periodica necessaria a mantenere libero e riconoscibile il percorso. La naturalità dei luoghi, però, non va confusa con l’abbandono. E alla vegetazione si aggiunge tutto ciò che natura non è: sacchi, bottiglie, plastica, reti da cantiere, piccoli e grandi cumuli di rifiuti disseminati lungo il cammino.

La loro distribuzione segue una regola abbastanza evidente: i depositi aumentano nei punti raggiungibili dalla strada o comunque accessibili con un mezzo. Accade nei pressi dei ponti, negli slarghi e, di nuovo, nel piazzale terminale vicino agli stabilimenti della Fater. Dove si può arrivare più facilmente, si scarica. Dove l’accesso diventa più difficile, i rifiuti diminuiscono e il percorso recupera almeno in parte la propria qualità ambientale.

Non è soltanto un problema di pulizia. In corrispondenza del ponte della Libertà il fondo, interessato recentemente da lavori per sottoservizi, appare sconnesso e visibilmente dissestato. Più avanti una transenna segnala, senza impedire realmente il passaggio, uno smottamento del margine del percorso, probabilmente dovuto all’erosione della sponda.

Subito dopo si incontra il punto più grave: il piccolo ponticello in legno che consentiva di superare uno scarico laterale è stato completamente divelto. Le tavole dell’attraversamento sono scomparse e restano soltanto alcuni elementi portanti, anch’essi in condizioni precarie. Non è più un semplice tratto trascurato: è un’interruzione del percorso.

Anche le staccionate raccontano la stessa storia. Lungo la sponda ne mancano intere porzioni, asportate nel tempo senza essere sostituite. Altrove restano elementi inclinati, rotti o abbandonati a terra. Paletti, cestini, lampioni, pannelli e altri arredi restituiscono l’immagine di un’infrastruttura realizzata e poi lasciata consumare lentamente, senza un programma riconoscibile di controllo e ripristino.

Superati i punti peggiori, per un lungo tratto si torna a pedalare piacevolmente. Il fondo in brecciolino è abbastanza praticabile e coerente con il contesto naturale attraversato. Ed è proprio questa parte a mostrare ciò che la pista potrebbe essere: un corridoio verde lungo il fiume, utilizzabile per piacevoli spostamenti quotidiani durante il tempo libero, l’educazione ambientale e un cicloturismo urbano capace di andare oltre il lungomare.

Poi, in prossimità della Fater, il tracciato sbuca in un ampio piazzale. La vicinanza della strada rende nuovamente facile l’abbandono dei rifiuti, disseminati ai margini e tra la vegetazione. Il percorso finisce così come era cominciato: senza un vero approdo, senza indicazioni utili e in un paesaggio segnato dall’incuria.

Lo stato della pista sembra inversamente proporzionale alla distanza dal lungomare: nel tratto urbano gli interventi di pulizia e manutenzione sono più frequenti; procedendo verso l’interno diventano episodici, spesso concentrati in poche occasioni durante l’anno o effettuati dopo segnalazioni e proteste. Ma una greenway non può essere mantenuta soltanto a chiamata.

E forse non basta neppure parlare di manutenzione. La manutenzione può ridursi allo sforzo periodico dello sfalcio, della pulizia o della riparazione più urgente. La cura richiede invece una presenza continua, riconoscibile anche nel modo in cui lo spazio viene pensato e organizzato. In un contesto urbano, per quanto prossimo al fiume, non si può lasciare che la vegetazione si sviluppi senza alcun governo per poi intervenire sporadicamente quando invade il tracciato. Si potrebbero selezionare essenze erbacee, arbustive e floreali adatte all’ambiente ripariale, capaci di accompagnare il percorso, valorizzarne i caratteri naturali e ridurre l’impressione di uno spazio residuale. Non un giardino ornamentale estraneo al fiume, dunque, ma un paesaggio progettato e seguito nel tempo.

Servirebbe un programma ordinario che comprenda lo sfalcio e il contenimento selettivo della vegetazione, la rimozione periodica dei rifiuti, il controllo dei possibili accessi utilizzati per gli scarichi, il ripristino delle staccionate, la verifica dei cedimenti, la ricostruzione del ponticello e la sistemazione del fondo nei tratti danneggiati. A questo andrebbe aggiunto un vero piano di segnalamento: direzioni, distanze, collegamenti, punti di accesso, elementi ambientali e indicazioni di sicurezza. Non basta che una linea compaia nel Biciplan per trasformarla in un itinerario riconoscibile e frequentabile.

Nelle condizioni attuali si pone anche un problema meno piacevole. Se il cedimento e il ponticello divelto rendono il percorso insicuro o formalmente impraticabile, il Comune dovrebbe almeno segnalarlo in modo inequivocabile e impedire l’accesso ai punti pericolosi. Ma da qui alla chiusura dell’intera greenway il passo non dovrebbe essere né breve né automatico. Sarebbe la soluzione più semplice e, insieme, la più paradossale: il percorso è sporco, sconnesso e non mantenuto, dunque lo si vieta e lo si chiude con una rete agli ingressi.

Di FLUVIA, uno dei progetti che periodicamente si rincorrono lungo l’asta fluviale e che per un breve periodo provò a dare un’identità culturale e artistica al percorso, rimangono alcune tracce sui pilastri delle sopraelevate, sui pannelli e sui manufatti disseminati lungo il fiume. Anche quelle scritte stanno scomparendo sotto la vegetazione e le sovrapposizioni delle bombolette spray. Rimane il nome, o almeno il suo ricordo.

Il fiume è ancora lì. La FLUVIA, invece, c’era una volta.

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