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Con la bici in ospedale

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PESCARA – Il pomeriggio del 2 gennaio 2021 sono arrivato al Pronto Soccorso dell’Ospedale civile in bicicletta, dopo aver percorso una decina di chilometri con il braccio destro inutilizzabile a seguito di una caduta dalla bicicletta, da fermo: un vero capolavoro! Chiara e precisa, dopo la radiografia, la diagnosi: frattura ingranata testa-collo dell’omero, con distacco trochite. Una piastra e nove viti e sono tornato nuovo! Da allora, come capita a tanti, mi sono recato diverse volte in ospedale, non per traumi, ma ancora in bicicletta. Una delle cose alle quali ho prestato spesso attenzione, entrando dai diversi ingressi, è stata la disponibilità di parcheggi per le biciclette.

Rastrelliere sparse, senza una logica apparente

All’Ospedale civile si accede da più punti e, in effetti, le rastrelliere non mancano del tutto. Se ne trovano sparpagliate sia all’esterno che all’interno del perimetro ospedaliero. Quello che manca, almeno per quanto ho potuto osservare, è una logica organizzativa e funzionale nella loro distribuzione e nella scelta delle attrezzature.

Per esempio, accedendo dalla zona del CUP, si incontrano alcune rastrelliere collocate all’esterno, su un ampio marciapiede. Suppongo siano state installate dal Comune e sono del tipo che consente di assicurare la bicicletta al telaio, quindi decisamente più funzionali: una ventina di posti, del cosiddetto modello Verona.

All’interno del recinto del CUP, invece, se ne trovano altre, modello scolapiatti convessi: strutture basse nelle quali si infila una ruota della bicicletta, ammesso che vi entri, con il rischio di danneggiare i raggi e quindi con un’utilità pratica vicina allo zero. Per esperienza personale, le ho viste sempre poco utilizzate, mentre è più facile trovare biciclette legate alle recinzioni, punti di ancoraggio decisamente più pratici e funzionali.

Altre rastrelliere si trovano presso l’ingresso visitatori (dalle parti del bar). Sono del vecchio modello adottato dal Comune, con moduli da quattro posti che non consentono un adeguato ancoraggio del telaio (circa 20 posti).

Nelle aree di ingresso ai poliambulatori invece, numerose sono le biciclette assicurate ai pali, alle ringhiere e alle strutture metalliche. Anche qui è presente almeno una rastrelliera del modello scolapiatti convesso.

Diversa la situazione nei pressi della farmacia, dove ho trovato una dotazione interessante: un’area recintata destinata alla sosta di motocicli e biciclette, addirittura provvista di tettoia. Una soluzione che dimostra come sia possibile organizzare spazi dedicati anche all’interno del complesso ospedaliero.

Insomma, le attrezzature esistono, ma sono decisamente poche e sembrano distribuite senza un disegno unitario, con caratteristiche molto diverse e risultati altrettanto differenti.

E quando le biciclette, non le auto, danno fastidio?

Presso uno di questi ingressi, quello consentito anche alle auto, ho trovato curiosi avvisi scritti a mano e fissati ai pali con abbondante nastro adesivo: “Si chiede gentilmente di non parcheggiare biciclette e motorini perché devono transitare i muletti utilizzati per la consegna dei reattivi”.

Una richiesta comprensibile: i percorsi destinati ai mezzi di servizio devono rimanere liberi, tanto più in una struttura ospedaliera. Ma negli stessi spazi si vedono biciclette assicurate a pali, ringhiere, sostegni della segnaletica e strutture metalliche. Fa bella mostra di se, in completa solitudine, una rastrelliera modello scolapiatti.

Il problema, evidentemente, non è soltanto quello di convincere i ciclisti a parcheggiare nel posto giusto. È anche quello di mettere a disposizione posti adeguati, sicuri e collocati dove effettivamente servono.

Perché una bicicletta legata a un palo non è necessariamente il risultato di un comportamento indisciplinato, quanto, soprattutto, il segnale di una dotazione insufficiente o inadeguata.

E chi lavora in ospedale?

Fin qui ho parlato soprattutto delle biciclette di chi raggiunge l’ospedale, come me, per una visita, un esame o un’altra necessità. Ma c’è una domanda che meriterebbe una risposta: quanti posti per biciclette sono riservati ai dipendenti dell’ospedale? Dove si trovano? Quali li caratteristiche?

L’accessibilità di una struttura sanitaria va considerata almeno da tre punti di vista: quello di chi ci lavora quotidianamente, quello dei pazienti che vi si recano per ricevere prestazioni e quello dei familiari e dei visitatori che raggiungono le persone ricoverate. Si tratta di esigenze differenti, per frequenza, durata della permanenza e modalità di spostamento.

Chi lavora in ospedale può aver bisogno di lasciare la bicicletta per un intero turno, magari anche di notte. Chi si reca al CUP o a un ambulatorio può fermarsi soltanto per un’ora. Chi visita un familiare ricoverato può avere necessità ancora diverse. È difficile pensare che tutte queste esigenze possano essere soddisfatte da qualche rastrelliera distribuita occasionalmente tra gli edifici.

Un grande generatore di traffico

L’Ospedale civile di Pescara è un importante polo generatore di traffico: ogni giorno vi convergono coloro che ci lavorano, pazienti, chi accompagna, chi fa visite, fornitori e mezzi di servizio. Una moltitudine di spostamenti che interessa non soltanto il perimetro ospedaliero, ma un’ampia parte della città.

L’ospedale dispone di diverse centinaia di parcheggi multipiano per auto. Quando questi si saturano, la pressione si riversa sulle strade circostanti, con automobili alla ricerca di un posto libero e conseguenze sulla circolazione, sull’occupazione dello spazio pubblico e sulla qualità dell’ambiente urbano. Il problema, infatti, non è soltanto dove parcheggiano le automobili una volta arrivate. È anche il traffico che producono per raggiungere l’ospedale, concentrandosi progressivamente lungo le strade di accesso.

E proprio per questo sarebbe ragionevole aspettarsi che una struttura sanitari di tali dimensioni con migliaia di dipendenti e posti letto, fosse al centro di una politica di mobilità sostenibile dedicata, capace di ridurre, dove possibile, la dipendenza dall’automobile privata.

Dalle rastrelliere al mobility management

Non è la prima volta che affronto questo argomento. Ho già raccontato le condizioni di accessibilità ciclistica del Presidio sanitario Nord, l’ex Clinica Baiocchi, e del Distretto sanitario Sud, in via Rio Sparto. In entrambi i casi ho rilevato una enorme sproporzione tra l’attenzione riservata alla sosta automobilistica e quella dedicata alle biciclette, oltre a carenze nella qualità e nella collocazione delle rastrelliere. L’Ospedale civile aggiunge un altro tassello a questa ricognizione. Ma sarebbe riduttivo fermarsi al numero e al modello degli stalli.

La questione riguarda il mobility management, cioè l’insieme delle politiche e degli strumenti attraverso i quali un’organizzazione analizza gli spostamenti generati dalle proprie attività e promuove modalità di trasporto più sostenibili.

Per un’azienda sanitaria questo significa, innanzitutto, conoscere come si muovono i propri dipendenti, quali alternative all’automobile siano concretamente praticabili e quali interventi possano favorirle. È la cosiddetta mobilità sistematica, quella degli spostamenti regolari tra casa e luogo di lavoro.

Significa predisporre e attuare un Piano degli Spostamenti Casa-Lavoro (PSCL), prevedere parcheggi ciclistici sicuri e possibilmente coperti, migliorare i collegamenti con la rete ciclabile urbana, favorire l’utilizzo del trasporto pubblico e promuovere iniziative di mobilità attiva.

Un lavoro che richiede anche il coordinamento tra il Mobility Manager aziendale, quello d’area del Comune e gli altri soggetti coinvolti nell’organizzazione dei trasporti. Perché l’accessibilità dell’ospedale non comincia al suo cancello, ma lungo le strade e i percorsi che lo collegano al resto della città.

Ma significa anche occuparsi dell’accessibilità dei pazienti e dei visitatori, i cui spostamenti, spesso occasionali e meno prevedibili, costituiscono una componente importante della mobilità generata dalla struttura. È quella che viene comunemente definita mobilità erratica, distinta dagli spostamenti sistematici, pur comprendendo anche persone che frequentano regolarmente i servizi sanitari.

Non conosco quali iniziative siano attualmente previste o attuate dalla ASL di Pescara in questo ambito. Sarebbe utile sapere se esista un Piano degli Spostamenti Casa-Lavoro (PSCL) aggiornato, quali obiettivi preveda e quali risultati siano stati raggiunti.

Perché, almeno osservando gli spazi e le attrezzature disponibili nei diversi presidi, non emerge una strategia riconoscibile e coordinata per favorire l’accessibilità ciclistica.

La salute comincia anche fuori dall’ospedale

C’è infine una considerazione che riguarda direttamente la missione delle strutture sanitarie. Un ospedale non è soltanto un luogo nel quale si curano le malattie. Appartiene a un sistema che dovrebbe promuovere la salute, la prevenzione e il benessere delle persone.

Favorire gli spostamenti a piedi e in bicicletta significa contribuire all’attività fisica quotidiana, ridurre il traffico automobilistico, le emissioni inquinanti e il rumore, migliorando la qualità dell’ambiente urbano. Sono obiettivi che riguardano direttamente la salute pubblica.

E allora, tornando agli avvisi scritti a mano, la questione non è tanto stabilire dove non si debbano parcheggiare le biciclette. È chiedersi quale posto occupi la bicicletta nelle politiche di mobilità di un’azienda che si occupa della nostra salute.

Perché, se l’obiettivo è ridurre il traffico automobilistico generato dall’ospedale, tanto, non basta trovare un posto dove mettere le biciclette. Bisogna creare le condizioni perché sempre più persone possano scegliere di arrivarci pedalando. Ma anche a piedi.

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