Economia circolare, una necessità strategica. Parola di Edo Ronchi
PESCARA – Il contesto geopolitico si fa sempre più instabile e la circolarità smette di essere una scelta ecologica per diventare una necessità strategica. Questo quanto emerso in sostanza dai lavori del convegno nazionale “Terre Rare e Materiali Critici: tra Geologia, Geopolitica ed Economia circolare” organizzato dall’Ordine dei Geologi della Regione Abruzzo e svoltosi a Pescara il 28 e 29 maggio presso l’Auditorum Petruzzi di Via delle Caserme.
La seconda giornata del convegno si è aperta con la terza sessione, dedicata all’Urban Mining e al recupero delle materie prime. A moderare i lavori è stato Franco Gerardini, ex Dirigente della Regione Abruzzo per la Direzione Ambiente, Servizio Gestione Rifiuti e Bonifiche. Ha aperto con l’aggiornamento della concentrazione di CO₂ in atmosfera che ha raggiunto i 432 ppm, un livello che imporrebbe alla classe dirigente un salto di qualità nella comprensione di problematiche ormai determinanti per la qualità della vita di tutti.
È in questa cornice che ha preso la parola Edo Ronchi, da oltre 20 anni Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e padre del decreto legislativo che porta il suo nome, la svolta normativa che ha ridisegnato la gestione dei rifiuti in Italia, il Decreto Ronchi. L’ho incontrato a margine del suo intervento.
Il contesto internazionale che hai descritto va ben oltre la semplice criticità. Cosa ci mette più a rischio oggi?
Il contesto è preoccupante per due ragioni che agiscono insieme. C’è l’aumento dei conflitti armati, che non si limita ad alimentare i prezzi di petrolio e gas — di questo si parla molto — ma ha un impatto diretto e pesante anche sulle materie prime, e questo si sottovaluta. E poi c’è la forte ripresa dei nazionalismi: Trump ne è la punta dell’iceberg, ma il fenomeno è più profondo. Questa ripresa mette in crisi il multilateralismo e genera un clima di sfiducia nella collaborazione internazionale, che è invece l’unico strumento per gestire l’approvvigionamento globale delle risorse. Il punto è talmente rilevante che non è più solo la comunità scientifica a dirlo: nel rapporto di aprile 2026, la Corte dei Conti Europea ha scritto esplicitamente che la circolarità è diventata una necessità non solo per la sostenibilità ecologica, ma per ridurre la vulnerabilità e aumentare la resilienza delle nostre economie.
La dipendenza dell’Europa dalle importazioni di materiali strategici, quanto è strutturale?
È rilevante e, nonostante se ne parli da anni, è rimasta sostanzialmente stabile: siamo scesi dal 23,5% al 22,4%, il che vuol dire che importiamo circa un miliardo e mezzo di tonnellate di materiali. Il 75% dei fossili viene dall’estero, questo è noto. Meno noto è che il 49% dei metalli utilizzati in Europa deriva da importazioni. Abbiamo mappato 34 materie prime critiche — critiche non per scarsità assoluta, ma per difficoltà di approvvigionamento e volatilità dei prezzi — e di queste, 17 sono strategiche: servono alla transizione green e alla digitalizzazione. Il problema non è solo l’estrazione: è la capacità di raffinazione, dove la Cina ha un ruolo largamente prevalente. E poi c’è un dato che mi ha colpito: l’OCSE ha pubblicato il 21 aprile scorso un inventario delle misure di restrizione all’export di materie prime critiche dal 2009 al 2024. In quindici anni, queste restrizioni sono aumentate di cinque volte. Non è congiuntura: è un trend strutturale. Stiamo incontrando i limiti fisici dello sviluppo, come nei Limiti dello sviluppo del 1972 — solo che allora parlavamo di clima, oggi parliamo anche di materiali. Chi insegue solo nuove fonti vergini sta correndo una gara che non può vincere: le restrizioni continueranno a crescere, la conflittualità aumenterà, e con essa il rischio di guerre per il controllo delle risorse.
Hai presentato una decina di proposte elaborate con il Circular Economy Network.
Sono il frutto di un confronto con la MacArthur Foundation e cercano di rispondere a una domanda precisa: come acceleriamo, visto che finora siamo andati al passo della tartaruga?
Il primo nodo è il mercato delle materie prime seconde. Non basta riciclare: bisogna che quei materiali possano sostituire le materie vergini in condizioni competitive reali, e quando il mercato non lo riconosce spontaneamente, il mercato va corretto. Strettamente legata a questo è la questione dei RAEE — i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche — che è forse il caso più emblematico di un sistema che non funziona. In Italia siamo ancora sotto il 30% di raccolta, a fronte di un target europeo del 65%. Le misure da adottare sono descritte persino nell’accordo del Centro di Coordinamento Nazionale RAEE: più punti di raccolta, incentivi al conferimento, campagne informative. Si sa cosa fare. Il problema è che i produttori di apparecchiature pagano contributi troppo bassi rispetto alla responsabilità estesa che dovrebbero assumere, al contrario di quanto è riuscito a fare il sistema degli imballaggi, che ha finanziato le raccolte differenziate urbane. Senza riformare questo meccanismo, il 65% rimane un’aspirazione.
Sul versante della produzione, serve una progettazione circolare che punti a prodotti che durano di più, riparabili, riutilizzabili, un cambiamento che tocca il cuore del modello industriale. A sostenerla devono concorrere incentivi fiscali per chi utilizza materiali riciclati e un uso molto più deciso degli appalti pubblici verdi, e dei relativi CAM (criteri ambientali minimi), diffusamente disapplicati, che oggi hanno un’efficacia sull’utilizzo delle materie prime seconde ancora deludente. A questo si affiancano la collaborazione industriale tra filiere, il coinvolgimento attivo di città e regioni, perché la circolarità non riguarda solo le aziende, ma la gestione del patrimonio edilizio, l’uso del suolo, le acque, i sistemi di depurazione, e infine la mobilitazione di investimenti all’altezza della sfida: la Banca Europea stima un fabbisogno aggiuntivo di 82 miliardi di euro l’anno, una cifra rispetto alla quale le risorse oggi mobilitate non sono nemmeno paragonabili. E tutto questo deve entrare in modo stabile nella cooperazione commerciale internazionale: la circolarità non può restare fuori dai tavoli dove si negoziano i trattati.
Tu segnali che l’Italia parte avvantaggiata, con un tasso di circolarità del 21,6% contro una media europea del 12,2%. È un primato solido?
È un buon punto di partenza. Ma i dati più recenti dicono che stiamo rallentando. Il tasso di utilizzo circolare della materia è quasi statico, la produzione pro capite di rifiuti non è diminuita, gli investimenti in riuso, riparazione e condivisione sono ancora molto bassi. E l’obiettivo europeo al 2030 — tra il 25 e il 30% — con questo passo non lo raggiungiamo. Stiamo aspettando il nuovo Circular Economy Act europeo, atteso entro ottobre: dovrebbe essere un regolamento vincolante, non una direttiva, e potrebbe segnare un punto di svolta. Ma senza un cambio di passo anche da parte nostra, rischiamo di arrivare impreparati persino a quello.







