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Il paradosso della mobilità sostenibile

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Pedalare fuori dall’area naturale protetta, mentre le automobili la attraversano.

Transito in via Pantini con cautela e con un certo timore, non solo come ciclista che cerca di raggiungere il posto di lavoro, ma come utente della strada che si interroga sul modo e sul dove questo asse viario sia stato progettato e realizzato.

Via Pantini è una strada che attraversa per circa seicento metri la parte meridionale della Riserva Dannunziana, collegando via della Bonifica con la Statale Adriatica Sud. È dotata di due corsie larghe tre metri e mezzo ciascuna, separate da una linea continua di mezzeria, e il limite di velocità è fissato a 30 km/h.

Nonostante sia stata realizzata di recente, non è stato previsto alcun itinerario cicloviario. È una scelta che non sorprende più ormai, nonostante la legislazione nazionale (L. 366/99) imponga la realizzazione di infrastrutture ciclabili in occasione della costruzione (è il caso di via Pantini) o della riqualificazione straordinaria delle strade. Il problema, però, non è soltanto normativo, è soprattutto pratico.

Ogni giorno incontro cicliste e ciclisti che percorrono questa via in entrambe le direzioni La bicicletta, quindi, non è un’eccezione: è parte del traffico quotidiano.

Automobili, furgoni, autobus e camion superano molto spesso la linea continua di mezzeria per sorpassare un ciclista. Una bicicletta che procede vicino al margine destro occupa circa un metro di larghezza. Il Codice della strada stabilisce che durante il sorpasso di un “velocipede” debba essere mantenuta una distanza laterale da questo di almeno un metro e mezzo. Significa che il veicolo che sorpassa deve mantenersi a circa due metri e mezzo dal margine destro della carreggiata. La corsia, però, è larga appena tre metri e mezzo. In altre parole, per rispettare realmente la distanza di sicurezza, un veicolo deve invadere buona parte della corsia opposta.

Se questa è già occupata durante la normale circolazione, è facile comprendere quanto il sorpasso di un ciclista diventi una manovra critica (per quest’ultimo, ovviamente). L’unico comportamento pienamente conforme al Codice sarebbe rallentare e attendere dietro la bicicletta finché non sia possibile il superamento (in via Pantini mai!). Nella realtà accade ovviamente altro. Pur di sorpassare e rimanere in corsia, molti automobilisti passano ad un palmo dalla bici, mentre altri si allargano invadendo la corsia opposta. Gli autobus e i mezzi pesanti, per le loro dimensioni, occupano gran parte della carreggiata. Chi pedala percepisce chiaramente questa situazione di ingombro: io ogni giorno.

Ed è proprio questa esperienza quotidiana che mi ha spinto a cercare una possibile soluzione.

Da qualche tempo, infatti, ho iniziato a evitare la nuova via Pantini: percorro il vecchio tracciato, rimasto sul lato monte della strada principale. È una strada ormai residuale, utilizzata quasi per l’accesso ad alcune proprietà e servizi. In diversi tratti appare trascurata, con vegetazione da contenere, fondo da sistemare e qualche breve interruzione. Ma conserva un notevole valore paesaggistico e una ovvia tranquillità. Pedalandoci mi sono reso conto che quel vecchio asse esiste ancor, non è un’infrastruttura da inventare.

Ed è lì che ho cominciato a pensare ad una soluzione: per dare spazione alla mobilità ciclistica, non intervenire sulla nuova via Pantini, ma recuperare quella vecchia.

Con lavori relativamente contenuti si potrebbe ricostruire la continuità del tracciato e trasformarlo in una strada ciclabile di tipo F-bis, prevista dal Codice della strada. Non una pista ciclabile tradizionale, ma una strada locale nella quale la mobilità ciclistica assume carattere prevalente, con adeguata segnaletica verticale e orizzontale, velocità contenuta e caratteristiche compatibili con la convivenza degli utenti autorizzati.

Una soluzione che consentirebbe di collegare via della Bonifica con la nuova rotatoria offrendo ai ciclisti un percorso sicuro, continuo e bello, perfettamente integrato nel contesto ambientale.

Ma mentre percorro il vecchio tracciato preso da questi pensieri, mi fermo a osservare la vecchia recinzione residua della Riserva, con una strana sensazione. Da una parte io, con la mia bicicletta, immerso nel verde ma all’esterno della recinzione dell’area protetta. Dall’altra, oltre la rete, il traffico della nuova via Pantini. Che cosa stravagante: io, che utilizzo il mezzo di trasporto più sostenibile pedalo fuori dalla Riserva, le automobili, invece, la attraversano.

Non so quanto l’attuale nuova recinzione coincida con una delimitazione scientifica di comparto, sembrando oramai la nuova sistemazione dei confini della Riserva (cosa impossibile, perchè per fare ciò è necessaria una legge regionale, non potendo essere una decisione unilaterale dell’Ente gestiore). So però che per adesso ne viene fuori una condizione bizzarra: chi adotta una mobilità rispettosa dell’ambiente viene relegato all’esterno dell’area naturale protetta, mentre al suo interno transitano ogni anno milioni di veicoli: un vero cortocircuito funzionale.

Ovviamente non è più possibile modificare la sezione della nuova via Pantini. Ma è ancora possibile recuperare il vecchio tracciato, trasformandolo in una strada ciclabile F-bis, a colmare una grave lacuna infrastrutturale e a completamento quindi della rete ciclabile di questo quadrante della città.

Sarebbe un intervento capace di aumentare la sicurezza, valorizzare un percorso abbandonato e restituire coerenza a un luogo che, almeno per chi lo attraversa ogni giorno in bicicletta, racconta una storia al contrario.

Perché oggi il vero paradosso è tutto qui: in una riserva naturale il traffico motorizzato attraversa il cuore dell’area protetta, mentre la mobilità sostenibile è costretta a pedalare fuori dal suo perimetro.

Giancarlo Odoardi – Esperto promotore mobilità ciclistica

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