Una bicicletta senza pedali?
“BikeFlu: Linee Guida per la mobilità ciclabile della regione Abruzzo” è il titolo di una corposa pubblicazione curata dal Prof. Matteo di Venosa, Docente di Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura, diretto dal Prof. Paolo Fusero, dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti Pescara, edito di recente all’interno della collana “Studi e ricerche di architettura”.
Come recita una breve presentazione, in quasi 300 pagine “sono raccolti i risultati del lavoro di ricerca svolta dal Dipartimento di Architettura nell’ambito di un protocollo d’intesa siglato nel 2015 tra gli atenei abruzzesi di Chieti-Pescara, L’Aquila e Teramo e la Regione Abruzzo, con l’obiettivo specifico di delineare indirizzi strategici e criteri progettuali per la pianificazione progettazione delle reti della mobilità ciclabile regionale”.
Difficile, senza rischiare di essere eccessivamente lunghi, commentare l’intera opera, ma alcune considerazioni di sintesi possono essere sicuramente svolte.
Intanto si può dire che il lavoro di ricerca è senz’altro allineato con la normativa vigente di riferimento, non solo con quella più “datata” regionale, e cioè la L.R. n. 8 del 2013 (Interventi per favorire lo sviluppo della mobilità ciclistica), ma anche con quella all’epoca appena pubblicata in Gazzetta, in particolare la L. 2/2018 (Disposizioni per lo sviluppo della mobilità in bicicletta e la realizzazione della rete nazionale di percorribilità ciclistica), e ancora di più con il successivo e relativo documento attuativo, il Piano Generale della Mobilità Ciclistica (PGMC), uscito nell’ottobre del 2022. Inoltre, come viene riportato nel testo, “BikeFlu è allineato alla programmazione finanziaria europea 2014/20 e 2021/27 (FERS FSE) e alla strategia di sviluppo sostenibile e coesione in ambito urbano”.
Il lavoro ha inteso fornire un quadro di riferimento strategico per lo sviluppo della mobilità ciclabile regionale, ponendo le premesse per la progettazione di dettaglio e la realizzazione su scala locale. Non per nulla l’articolato della norma regionale viene diffusamente ripreso nei passaggi salienti, fra cui il tema dell’intermodalità, soprattutto treno+bici, come anche il recupero delle aree di sedime ferroviario e stradale dismesse, ma anche di argini di fiumi, di torrenti e canali, nonché ponti in disarmo per la loro riconversione in percorsi ciclabili e ciclopedonali, con la logica della “riqualificazione delle vie verdi”, ma senza tralasciare il tema della mobilità urbana e dell’accessibilità dei centri storici, contesti per i quali viene fornito il supporto tecnico e progettuale per l’implementazione delle diverse tipologie di ciclovie.
Significativa, come già accennato, l’integrazione con la L. 2/2018 e con il Piano Generale della Mobilità Ciclistica (PGMC), entrambi incardinati sull’obiettivo di “promuovere l’uso della bicicletta per esigenze quotidiane e attività turistiche/ricreative (…)”. A partire da questo ambizioso scenario, il documento “BikeFlu” esplora con analisi e proposte i capitoli dell’integrazione infrastrutturale nazionale, regionale e locale, quello della dotazione a più livelli degli strumenti di pianificazione (es. Biciplan) e finanche della sicurezza (es. “Città 30 km/h”, il principio del “safety in numbers” e quelle che allora erano le determinazioni del D.L. 76/2020, Decreto Semplificazioni, su corsie ciclabili, doppio senso ciclabile, case avanzate e strade urbane ciclabili E-bis, nel frattempo riviste dalle recenti modifiche al CdS).
Tutto bene, quindi. Ma c’è un però, espresso neanche velatamente dal Prof. Di Venosa nella sua introduzione, che non si può non condividere, quando pone in evidenza il ritardo della Regione Abruzzo nell’attuazione del quadro legislativo richiamato. A 12 anni dalla Legge Regionale (2013), a 7 da quella nazionale (2018) e a 3 dal Piano Generale della mobilità ciclistica (2022), non vi è traccia del Piano Regionale della Mobilità Ciclistica.
Questo pone una molteplicità di problemi: sicuramente l’assenza di un riferimento pianificatorio funzionale alle politiche regionali di mobilità ciclistica, utile per evitare la frammentarietà delle tante e preziose iniziative che comunque vengono messe in atto, dalla costa fino a diverse aree interne (alcune con la logica del “pettine”), ma, e soprattutto, l’impossibilità di adempiere a quanto previsto dall’art. 11 della L. 2/18 (Relazione annuale sulla mobilità ciclistica) che prevede che il primo aprile di ogni anno “le Regioni (…) presentano una relazione al MIT sullo stato di attuazione degli interventi previsti dalla presente legge, sulla loro efficacia, sull’impatto sui cittadini e sulla società, sugli obiettivi conseguiti e sulle misure da adottare per migliorare l’efficacia degli interventi previsti dal piano regionale della mobilità ciclistica nel rispettivo territorio”. Un lavoro enorme, tutto ancora da fare.
Che poi il Ministero non presenti a sua volta, e da quei tempi, “entro il 30 giugno di ogni anno una relazione sullo stato di attuazione della presente legge e della legge 19 ottobre 1998, n. 366” (addirittura del secolo scorso! ), questa è un’altra faccenda, ma suona male come la precedente.


