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Via Lago di Campotosto: serve un progetto

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PESCARA – Le immagini viste in questi giorni sui canali televisivi locali, circa l’incidente stradale avvenuto lungo via Lago di Campotosto, in cui ha perso la vita un giovane venntenne, mi hanno restituito le foto scattate in quel luogi in più di una occasione.

E una strada che conosco. L’ho vista nella situazione di oggi stagione dopo stagione, abbandonata a se stessa, con abbandono piou che decennale di rifiuti lungo il ciglio e che la vegetazione, due querce in particolare, fa fatica a nascondere: frigoriferi, materassi, inerti sparpagliati ovunque.

Le foto le ho scattato due giorni fa, due giorni, dopo l’incidente, non due anni fa, e raccontano esattamente la storia di sempre: una strada senza marciapiedi percorsa ogni giorno a piedi da studenti dell’Istituto Volta, da utenti della piscina provinciale, da chi va alle poste del CTO, da gente del quartiere, da chi arriva o parte dalla stazione. Un corridoio di mobilità quotidiana nel cuore di una città, e vent’anni non sono una dimenticanza.

L’occasione va colta, e sarebbe da stolti sprecarla con un semplice rattoppo. A Via Lago di Campotosto andrebbe riservato un intervento straordinario, per la sua  collocazione: un asse tra il ferro e la città, tra la stazione e la scuola, tra il pendolare e il pedone. Se la si deve rifare da capo, e va rifatta da capo, che sia un progetto che guardi avanti di vent’anni, non indietro. Con buon senso, che richiami i criteri della mobilità sostenibile, della sicurezza stradale e del drenaggio.

La direzione è a mio avviso questa: prima uno spazio sicuro per chi cammina, uno spazio protetto per chi pedala, una carreggiata che fisicamente imponga velocità basse per i veicoli, e non solo nominalmente, ma attraverso varchi, dossi agli attraversamenti, restringimenti ottici. C’è lavoro per i progettisti del futuro.

Qualche principio vale la pena metterlo in chiaro: niente cordoli e marciapiedi rialzati, una superficie complanare, baulata verso le parti esterne, che lasci defluire le acque meteoriche verso il suolo invece di convogliarle in fognatura, seppur di acque bianche. In un contesto ancora semi-periferico, con aree permeabili ai lati, il drenaggio naturale diretto in falda è praticabile e preferibile. Meno cemento, meno infrastruttura idraulica, più suolo vivo.

Verde di separazione funzionale tra le corsie: non ornamentale, non casuale. Specie a chioma compatta che garantiscano ombra, rallentamento visivo del traffico, qualche servizio ecosistemico misurabile. Una strada che non sia solo grigia, ma che respiri.

E una zona 30 vera, imposta dalla forma della strada prima ancora che dai cartelli.

Quella strada attraversa un pezzo di città ancora aperto, ancora modificabile, ancora capace di accogliere una visione diversa da quella che ha prodotto il resto. Non è un vicolo cieco da rattoppare: è un corridoio tra la stazione e la scuola, tra chi arriva e chi abita.

Se si interviene, e si deve intervenire, che sia con uno sguardo lungo, non al passato che ha prodotto questa situazione, ma al futuro che quella strada potrebbe diventare.

Il giovane, che qui ha perso la vita giorni fa, aveva vent’anni. Via Lago di Campotosto ne ha almeno venti di abbandono sulle spalle. Semplicemente numeri, ma che suonano come una crudele coincidenza, che ahimè ne richiama anche altre.

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