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A proposito di dazi USA: l’Italia gli vende l’acqua minerale, in bottiglia, ovviamente

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Su RaiNews 24 è passata la notizia che l’Italia esporta acqua minerale verso gli Stati Uniti. Sì, avete letto bene. Mentre si parla di barriere doganali, di dazi sul Parmigiano e sul vino, di guerre commerciali che minacciano i nostri prodotti d’eccellenza, un traffico costante e silenzioso continua a riempire le stive delle navi dirette oltreoceano: bottiglie di acqua minerale, un bene che negli USA non manca di certo.

Ho fatto un breve ricerca ed ecco i dati. L’Italia ha esportato nel 2024 quasi mezzo miliardo di euro di acqua minerale solo verso il mercato statunitense, per un totale indicativo di quasi mezzo milardo di litri. Più di 476 milioni di euro di acqua imbottigliata, spedita per mare (e in parte per aereo), per soddisfare la domanda di un pubblico che paga caro un’etichetta “Made in Italy” di dubbio significato ma di evidente costo e impatto ambientale.

Un paradosso climatico – In un’epoca in cui contiamo i grammi di CO₂ di ogni spostamento, questo commercio è un insulto al buon senso ecologico. Trasportare acqua – pesante, ingombrante, a bassissimo valore aggiunto per litro – per migliaia di chilometri significa bruciare combustibili fossili in modo insensato. Anche nella forma più “efficiente” (nave portacontainer), si parla di centinaia di chili di CO₂ per ogni tonnellata spedita, senza considerare il trasporto secondario via camion né la quota, più inquinante, che viaggia per aereo. Tutto per vendere un bene che esiste in abbondanza anche sul suolo americano.

Il packaging monouso: altro che circolarità – Non basta: l’acqua minerale esportata è imbottigliata quasi sempre in contenitori monouso. PET o vetro, poco cambia in termini di spreco: il primo ha cicli di riciclo incompleti e il secondo, pur riciclabile, ha un’impronta di produzione e trasporto elevatissima.

Alla fine, la filiera genera emissioni climalteranti e rifiuti in più, tutto per appagare il mito del “gusto italiano” (dell’acqua???) venduto come status symbol in un altro continente.

Consumo di risorse locali – L’acqua minerale imbottigliata proviene da sorgenti italiane che sono risorse locali preziose. Si parla di un prelievo che, su scala industriale, può alterare equilibri idrici locali e ridurre portate di falde e sorgente, risorse rinnovabili, sì, ma non infinite. E sottrare l’acqua per spedirla a decine di milioni di statunitensi assetati di marketing è una forma di spreco assurdo.

Un lusso insostenibile – Il commercio internazionale ha senso per beni rari, per eccellenze uniche, per tecnologia complessa. Ma l’acqua in bottiglia? La sua esportazione intercontinentale è uno dei simboli di un commercio globale fuori controllo, in cui l’ecologia si piega alla logica del branding. L’export di acqua minerale verso gli Stati Uniti non è solo inutile: è contronatura!!!

Possiamo fare meglio – La transizione ecologica ha bisogno di eliminare queste assurdità. Se proprio il mercato americano vuole il “gusto Italia”, vendere licenze di imbottigliamento locale con qualità controllata, evitando di spedire tonnellate di acqua su navi container. Altrimenti, ogni discorso di sostenibilità rischia di restare un’ipocrisia.

Mentre difendiamo i nostri prodotti di pregio da dazi e concorrenza sleale, dovremmo anche chiederci: ha senso esportare acqua a 8.000 chilometri di distanza? Per chi ama l’Italia e ha un minimo di consapevolezza ambientale, la risposta dovrebbe essere semplice: NO!

 

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