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Un “maledetto muro” tra città e parco: ripensare insieme la recinzione dell’ex caserma Di Cocco

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PESCARA – “Sarà che nella testa abbiamo un maledetto muro”, cantava Ivano Fossati in una delle sue canzoni più intense. Una frase che nasce come metafora ma che a mio avviso si cala bene in alcune zone della città, dove i muri, i recinti, vecchi e futuri, non sono soltanto nella mente ma anche nella quotidianità di chi li attraversa.

Prendiamo, ad esempio, il caso del Parco dell’ex caserma Di Cocco, oggi recintato da un muro che lo separa dalla città, rendendolo uno spazio accessibile solo a “sportello” e non visibile, confinato più che condiviso.

Una barriera che divide – Come ho già avuto modo di sottolineare in passato (Un pomeriggio di visioni condivise per il futuro del Campus di Viale Pindaro), il tema non è nuovo: le recinzioni dei parchi pubblici rappresentano una contraddizione discutibile: dovrebbero essere luoghi di apertura e di socialità, e invece diventano spazi chiusi, alla fine percepiti come insicuri o marginali.

La recinzione del Parco ex Caserma Di Cocco è l’emblema di questa logica: protegge e difende, certo, ma al tempo stesso isola e respinge, rafforzando quella distanza simbolica che Fossati evocava nel suo verso.

Barbara Negroni, una delle principali figure italiane nell’ambito dell’agronomia applicata al paesaggio e alla pianificazione del verde urbano (con una lunga serie di titoli) sottolineata la necessità di pianificare le aree verdi con connessioni ecologiche e accessibilità, evitando barriere fisiche e recinzioni che possano limitare la funzione sociale, ambientale e ricreativa dello spazio verde (Linee guida per la gestione del verde urbano)

L’occasione del campus – Proprio in questi mesi si parla di una possibile importate trasformazione di viale Pindaro per la nascita di un nuovo campus universitario, che potrebbe inglobare l’area dell’ex caserma. Nelle visioni progettuali illustrate dall’ateneo si ipotizza di superare la barriera muraria, aprendo lo spazio a nuove connessioni urbane, a una piazza pubblica, a ingressi diffusi e vitali.

Un approccio che ribalta la prospettiva: non più un parco da custodire dietro le mura, ma un luogo vivo, attraversabile, in grado di contaminare la città.

Un gate caleidoscopico – Perché allora non pensare a un gate caleidoscopico? Un varco di ingresso/uscita multiplo, colorato, permeabile: piccole finestre di verde che si riversano nel tessuto urbano, moltiplicando gli affacci e gli inviti a entrare e creando una scia verde in uscita: in sostanza un bordo aperto, una relazione tra parco, piazza, chiesa e campus.

Un portale simbolico e funzionale, che trasformi il confine in una soglia di incontro: non una barriera che separa, ma un connettore che amplifica il senso del parco, proiettandolo fuori, verso i cittadini, le scuole, le piste ciclabili, gli spazi della quotidianità.

Dal muro alla musica – Così, il “maledetto muro” evocato da Fossati diventa occasione per una riflessione più ampia: i muri non servono a garantire sicurezza, ma a rafforzare diffidenze e paure. Al contrario, la permeabilità e l’uso quotidiano degli spazi verdi creano presidio sociale, rendono i luoghi vissuti e quindi più sicuri. Aprire il parco significa aprire la città. Significa trasformare un simbolo di separazione in un segno di bellezza condivisa.

Una chiamata alla città – Il rischio, oggi, è che mentre l’università immagina un futuro senza recinzioni, il Comune potrebbe invece investire nel rifacimento di una barriera che meriterebbe almeno un confronto pubblico.

Questa può essere l’occasione giusta per aprire un tavolo di partecipazione con la cittadinanza: per chiedere insieme quale debba essere la destinazione più vicina alla condivisione e alla contaminazione urbana degli spazi dell’ex caserma Di Cocco, quale il rapporto tra parco e città, qual è il segno che vogliamo lasciare alle nostre e alle prossime generazioni, ribaltando il bordo in soglia senza barriere.

Perché alla fine, anche nelle nostre città, “la musica che gira intorno”, al muro, deve diventare il suono che lo attraversa, creando spazi aperti, accessibili, condivisi.

 

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