RIFIUTI: il peso della responsabilità collettiva
PESCARA – Il sacchetto abbandonato alla rotatoria tra via della Bonifica e Via Falcone e Borsellino, quello che ho fotografato ieri, oggi non c’è più. È stato rimosso dall’azienda che si occupa dei servizi di igiene urbana, come avviene ogni volta che qualcuno decide di disfarsi dei propri rifiuti lasciandoli per strada. Ma il punto è proprio questo: non possiamo pensare che la città sia un enorme “cassonetto stradale” dove ognuno può liberarsi del sacchetto in qualunque momento e in qualunque punto, confidando che poi il servizio, pagato da tutti i cittadini, provveda a rimuoverlo.
Non è possibile, né accettabile, ridurre l’igiene urbana a una continua operazione di “raccolta a strascico” dei rifiuti abbandonati da persone che sembrano ignorare di vivere dentro una comunità che si è data delle regole. Non possono bastare le telecamere, perché non è pensabile disseminare ogni metro lineare di strumenti di controllo. Quello che serve è una presa di consapevolezza collettiva, diffusa il più possibile, che restituisca allo spazio pubblico il valore che merita: quello di un bene comune, che appartiene a tutti e che a tutti è chiesto di curare e comunque di non danneggiare.
Dal sellino della bicicletta questa realtà appare ancora più chiara. Pedalando in città, senza filtri fra se stessi, fra i propri sensi e il territorio che si attraversa, ogni dettaglio emerge con forza: il sacchetto lasciato accanto al marciapiede, la plastica spinta dal vento, le micro-discariche che si riformano ogni giorno nello stesso angolo (oltre alla qualità del manto stradale, del verde e dell’armonia dell’edificato). Sono cose che sfuggono a chi si muove in auto, nell’isolamento dello scatolare metallico, ma diventano evidenti per chi attraversa lo spazio urbano lentamente, a piedi o, appunto, in bicicletta. È da qui che nasce la richiesta più forte di una città decorosa, sana, vivibile.
Ma il tema non riguarda solo il decoro. Dietro ogni rifiuto abbandonato c’è un sistema che produce scarti in quantità enormi e li considera quasi inevitabili. L’abitudine al consumo, peggio se “usa e getta”, si riflette anche nello spazio pubblico, trasformato in un contenitore di ciò che ora serve e che improvvisamente poi non serve più. Per questo la riflessione deve essere più ampia: non solo educazione al rispetto della città, ma anche una nuova cultura della riduzione dei rifiuti, della prevenzione, del riuso, che deve vedere in prima fila tutti i soggetti coinvolti nella produzione del rifiuti, e non solo il ricettore finale. La cittadinanza dovrebbe interrogarsi oltre che su quanta energia o acqua attraversi la propria città e cosa questa restituisca dopo l’uso, ma anche su quanta materia consumi e quanto e quale sia lo scarto prodotto. Ma nessuno credi si misuri su questi fronti di riflessione.
Il rifiuto abbandonato per strada, fenomeno denominato “littering”, non è soltanto il segno dell’inciviltà di pochi: è lo specchio di un’economia che incorpora il rifiuto come parte strutturale del proprio funzionamento. Solo se la comunità nel suo insieme prenderà coscienza di questo, potremo sperare in città davvero più pulite e più giuste.
Giancarlo Odoardi – Rifiuti Zero Abruzzo

